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Tibet Orientale: Monlam Festival, spiritualità e tradizione


TIBET ORIENTALE: MONLAM FESTIVAL, SPIRITUALITÀ E TRADIZIONE
Nell’Amdo, patria del Dalai Lama, per assistere ai riti della Grande Preghiera
I suoi occhi profondi e scuri, dietro le spesse lenti di occhiali da vista fuori moda, sorridono a catturano l’attenzione per la loro profondità. 
Sono gli occhi del Dalai Lama , che ti accolgono in alcuni di questi splendidi templi nella regione del l’Amdo, Tibet orientale. Questa é la sua patria. Anzi, era la sua patria.
Come é noto, vive in esili o da più di 50 anni. I cinesi, a differenza che nel resto del territorio tibetano, qui permettono che le sue foto siano esposte nei luoghi di culto. Visitare questa parte dell’antico Paese delle Nevi consente davvero di farsi un’idea della commovente mescolanza di modernità e tradizione di un antico mondo ancora vivo.
Il Tibet, che per noi occidentali ha rappresentato e rappresenta lo Shangri-là dello spirito, é dilaniato dalle profonde contraddizioni che nascono dal tentativo di conciliare la nuova realtà politico-sociale imposta dai cinesi con le antiche tradizioni. Tra queste, il Monlam Chenmo , la Festa della Grande Preghiera , istituita nel 1409 dal maestro buddista Tzong Khapa , anche lui nato qui, e passato alla storia per essere il fondatore della scuola Gelupa dei berrett i gialli, a cui appartiene anche il Dalai Lama.
É uno spettacolo commovente, suggestivo, per alcuni a spetti incredibile, durante il quale la spiritualità dei tibetani si esprime al massimo livello.
Si svolge subito dopo il Losar, il capodanno, e dura alcuni giorni. Prevede danze rituali, le esposizioni delle grandi Thangka e delle Torma, le sculture di burro, le processioni di Maitreya, il Budda del futuro. E soprattutto consente di stare a stretto contatto con migliaia e migliaia di tibetani, per lo più nomadi o provenienti dai piccoli villaggi dell’altopiano, che raggiungono i monasteri della zona per partecipare all’evento religioso più importante dell’anno.
Lo spettacolo comincia a Tongren (in tibetano Repkong), nella provincia di Qimghai.
Il Lower Wutun Monastery, appena fuori dalla città , é un tripudio di colori e suoni. I devoti, nei loro abiti tradizionali, ornati con splendidi gioielli di argento corallo e turchese, avvolti nelle loro tuniche di pesanti stoffe o di pellicce rovesciate, alcuni con vistosi cappelli di pelo calcati sugli occhi, si affollano per assistere all’esposizione dell’enorme Tangka con l’immagine dipinta di Buddha Sakyamuni.
É bello mischiarsi a loro quando partono in processione reggendo il prezioso rotolo di stoffa che contiene la sacra effige.
Lo portano gli uomini, che cantano una litania mentre salgono sulla collina dalla quale srotoleranno la Tangka.
Sono seguiti dalle donne e dai bambini, anche loro intonanti preghiere e mantra, e anticipati dai monaci che indossano gli abiti cerimoniali, ricchi edelaborati, e gli alti e sgargianti berretti gialli.
Suonano gli strumenti della tradizione: trombe, piatti, tamburi, conchiglie.
Sembra di essere tornati indietro nel tempo e un senso di pace interiore e di serenità si impadronisce di noi e ci fa perdere negli occhi intelligenti e vigili della massima autorità religiosa presente, il giovane lama reincarnazione del fondatore del monastero, che assiste alla cerimonia.
La stessa emozionante sensazione ci pervade nei giorni successivi, mentre assistiamo alla processione di Maitreya e alle Cham, le danze sacre, nel cortine antistante il tempio principale del complesso monastico.
I suoni profondi degli strumenti e le voci gutturali dei monaci che recitano mantra accompagnano i lenti movimenti di maschere di legno e carta pesta, raffiguranti l’universo mistico ed epico della tradizione tibetana.
Sotto le maschere i monaci, che indossano preziosi abiti di broccato ed ornamenti con simboli sacri. Mentre danzano, si immedesimano nella figura che rappresentano, sospesi in una specie di estasi che ci lascia attoniti. Così come ci lascia senza fiato la profonda attenzione dei tibetani che assistono allo spettacolo, in silenzio, sgranando le 108 palline che compongono il rosario tibetano che scorre nella loro mano.
Per capire tanta sorprendente devozione, non dobbiamo dimenticare che per questo popolo le immagini buddiste rappresentano la concreta presenza del sacro e che la forza del loro potere spirituale diffonde la benedizione su tutti i presenti.
Avvolti dal fumo acre della combustione dei rami di ginepro che bruciano nei piccoli stupa in segno di offerta cerimoniale,
ci trasferiamo nel monastero del piccolo villaggio di Guomari dove é prevista la “colazione collettiva”, una cerimonia che affonda le sue radici nei secoli scorsi.
Prevede la distribuzione gratuita ai pellegrini di cibo e di te al burro di yak.
Partecipare a questa festa, mangiando e bevendo con i tibetani, ci permette di notare i volti e gli occhi sorridenti di chi ci circonda. Esprimono chiaramente una serenità di fondo che rimane tale anche in presenza di difficoltà logistiche ed economiche gravi. Del resto, il buddismo, piú che una religione, é un modo di vivere basato sulla compassione verso tutte le forme di vita e sulla consapevolezza dell’impermanenza di tutte le cose.
Ecco perché nei giorni successivi, già giunti a Xiahe, dopo aver attraversato vallate e deserti d’alta quota, passi cosparsi di Lung-Ta (colorate bandierine di preghiera), visitato altri spettacolari monasteri, grotte con effigi buddiste, l’antico villaggio di Bajiao con le possenti ed integre mura risalenti a 2000 anni fa, non ci sorprende, sopra il monastero di Labrang, la serenità con cui i parenti di un defunto, durante la puja conclusiva del rito, salutano il loro caro dopo uno Sky Burial (sepoltura celeste).
Per rispetto, non ci avviciniamo a quei mucchietti fumanti e a quelle poche persone che intonano litanie, ma sappiamo che stanno bruciando tsampa (farina di orzo) mischiata con quello che resta del morto, dopo che gli avvoltoi, uccelli sacri in Tibet, hanno provveduto a eliminare il corpo (l’anima si reincarnerà) a loro offerto come cibo.
Imparare a vivere é imparare a staccarsi, come recita un antico testo tibetano.
Nell’enorme monastero di Labrang assistiamo ancora ai riti del Monlam, arricchiti dall’esposizione notturna delle grandi sculture di burro, rappresentanti anch’esse simboli del buddismo. Anche in quest’occasione migliaia di tibetani si mettono in coda per poter prostrarsi davanti alle opere d’arte esposte sul piazzale del tempio principale.
Un coda notturna, piú o meno ordinata, che dura ore, solo per poter fare un inchino di pochi attimi, prima che il servizio d’ordine imponga di avanzare. Stare in fila con loro, partecipare a questa ostensione, é un’altra esperienza che non si dimenticherà. Nonostante il sonno, nonostante la fatica.
Ogni viaggio arricchisce, ogni viaggio lascia dentro di noi ricordi indelebili.
Ma forse nessuno come questo é in grado di trasmetterci e regalarci sensazioni ed emozioni profondamente intime.
Al di là dei monasteri, al di là dei paesaggi, dei villaggi, delle città , quello che resta é una profonda empatia per un popolo che non si arrende, per una fede che non si piega.
Una volta a casa, si sente ancora il cigolio delle ruote di preghiera spinte dai pellegrini mentre fanno la kora dei monasteri, si vedono ancora i vecchi, i giovani, gli uomini le donne e i bambini che, anche sotto la neve, si prostrano davanti e intorno ai loro templi, non si riescono a dimenticare quei mantra, quelle preghiere, quelle bandierine che sventolano, quegli occhi sereni e il luminati dalla luce di chi crede, nonostante tutto.
«Giorno dopo giorno, ora dopo ora, il torrente cinese leviga la pietra del suo letto tibetano»
scriveva Fosco Maraini, grande conoscitore del Tibet.
É vero. Basta guardare i troppi grattacieli che soffocano i monasteri. Ma qui nell’Amdo la pietra tibetana é dura e vuole resistere. O almeno ciprova.
Nell’Amdo, patria del Dalai Lama, per assistere ai riti della Grande Preghiera
I suoi occhi profondi e scuri, dietro le spesse lenti di occhiali da vista fuori moda, sorridono a catturano l’attenzione per la loro profondità.
 
Sono gli occhi del Dalai Lama, che ti accolgono in alcuni di questi splendidi templi nella regione del l’Amdo, Tibet orientale. Questa é la sua patria. Anzi, era la sua patria.
Come é noto, vive in esili o da più di 50 anni. I cinesi, a differenza che nel resto del territorio tibetano, qui permettono che le sue foto siano esposte nei luoghi di culto. Visitare questa parte dell’antico Paese delle Nevi consente davvero di farsi un’idea della commovente mescolanza di modernità e tradizione di un antico mondo ancora vivo.

Il Tibet, che per noi occidentali ha rappresentato e rappresenta lo Shangri-là dello spirito, é dilaniato dalle profonde contraddizioni che nascono dal tentativo di conciliare la nuova realtà politico-sociale imposta dai cinesi con le antiche tradizioni. Tra queste, il Monlam Chenmo , la Festa della Grande Preghiera, istituita nel 1409 dal maestro buddista Tzong Khapa , anche lui nato qui, e passato alla storia per essere il fondatore della scuola Gelupa dei berrett i gialli, a cui appartiene anche il Dalai Lama.
É uno spettacolo commovente, suggestivo, per alcuni a spetti incredibile, durante il quale la spiritualità dei tibetani si esprime al massimo livello.

Si svolge subito dopo il Losar, il capodanno, e dura alcuni giorni. Prevede danze rituali, le esposizioni delle grandi Thangka e delle Torma, le sculture di burro, le processioni di Maitreya, il Budda del futuro. E soprattutto consente di stare a stretto contatto con migliaia e migliaia di tibetani, per lo più nomadi o provenienti dai piccoli villaggi dell’altopiano, che raggiungono i monasteri della zona per partecipare all’evento religioso più importante dell’anno.

Lo spettacolo comincia a Tongren (in tibetano Repkong), nella provincia di Qimghai.
Il Lower Wutun Monastery, appena fuori dalla città, é un tripudio di colori e suoni. I devoti, nei loro abiti tradizionali, ornati con splendidi gioielli di argento corallo e turchese, avvolti nelle loro tuniche di pesanti stoffe o di pellicce rovesciate, alcuni con vistosi cappelli di pelo calcati sugli occhi, si affollano per assistere all’esposizione dell’enorme Tangka con l’immagine dipinta di Buddha Sakyamuni.
É bello mischiarsi a loro quando partono in processione reggendo il prezioso rotolo di stoffa che contiene la sacra effige.

Lo portano gli uomini, che cantano una litania mentre salgono sulla collina dalla quale srotoleranno la Tangka.
Sono seguiti dalle donne e dai bambini, anche loro intonanti preghiere e mantra, e anticipati dai monaci che indossano gli abiti cerimoniali, ricchi edelaborati, e gli alti e sgargianti berretti gialli.
Suonano gli strumenti della tradizione: trombe, piatti, tamburi, conchiglie.
Sembra di essere tornati indietro nel tempo e un senso di pace interiore e di serenità si impadronisce di noi e ci fa perdere negli occhi intelligenti e vigili della massima autorità religiosa presente, il giovane lama reincarnazione del fondatore del monastero, che assiste alla cerimonia.

La stessa emozionante sensazione ci pervade nei giorni successivi, mentre assistiamo alla processione di Maitreya e alle Cham, le danze sacre, nel cortine antistante il tempio principale del complesso monastico.
I suoni profondi degli strumenti e le voci gutturali dei monaci che recitano mantra accompagnano i lenti movimenti di maschere di legno e carta pesta, raffiguranti l’universo mistico ed epico della tradizione tibetana.
Sotto le maschere i monaci, che indossano preziosi abiti di broccato ed ornamenti con simboli sacri. Mentre danzano, si immedesimano nella figura che rappresentano, sospesi in una specie di estasi che ci lascia attoniti. Così come ci lascia senza fiato la profonda attenzione dei tibetani che assistono allo spettacolo, in silenzio, sgranando le 108 palline che compongono il rosario tibetano che scorre nella loro mano.
Per capire tanta sorprendente devozione, non dobbiamo dimenticare che per questo popolo le immagini buddiste rappresentano la concreta presenza del sacro e che la forza del loro potere spirituale diffonde la benedizione su tutti i presenti.

Avvolti dal fumo acre della combustione dei rami di ginepro che bruciano nei piccoli stupa in segno di offerta cerimoniale,
ci trasferiamo nel monastero del piccolo villaggio di Guomari dove é prevista la “colazione collettiva”, una cerimonia che affonda le sue radici nei secoli scorsi.
Prevede la distribuzione gratuita ai pellegrini di cibo e di te al burro di yak.
Partecipare a questa festa, mangiando e bevendo con i tibetani, ci permette di notare i volti e gli occhi sorridenti di chi ci circonda. Esprimono chiaramente una serenità di fondo che rimane tale anche in presenza di difficoltà logistiche ed economiche gravi. Del resto, il buddismo, piú che una religione, é un modo di vivere basato sulla compassione verso tutte le forme di vita e sulla consapevolezza dell’impermanenza di tutte le cose.

Ecco perché nei giorni successivi, già giunti a Xiahe, dopo aver attraversato vallate e deserti d’alta quota, passi cosparsi di Lung-Ta (colorate bandierine di preghiera), visitato altri spettacolari monasteri, grotte con effigi buddiste, l’antico villaggio di Bajiao con le possenti ed integre mura risalenti a 2000 anni fa, non ci sorprende, sopra il monastero di Labrang, la serenità con cui i parenti di un defunto, durante la puja conclusiva del rito, salutano il loro caro dopo uno Sky Burial (sepoltura celeste).
Per rispetto, non ci avviciniamo a quei mucchietti fumanti e a quelle poche persone che intonano litanie, ma sappiamo che stanno bruciando tsampa (farina di orzo) mischiata con quello che resta del morto, dopo che gli avvoltoi, uccelli sacri in Tibet, hanno provveduto a eliminare il corpo (l’anima si reincarnerà) a loro offerto come cibo.
Imparare a vivere é imparare a staccarsi, come recita un antico testo tibetano.

Nell’enorme monastero di Labrang assistiamo ancora ai riti del Monlam, arricchiti dall’esposizione notturna delle grandi sculture di burro, rappresentanti anch’esse simboli del buddismo. Anche in quest’occasione migliaia di tibetani si mettono in coda per poter prostrarsi davanti alle opere d’arte esposte sul piazzale del tempio principale.
Un coda notturna, piú o meno ordinata, che dura ore, solo per poter fare un inchino di pochi attimi, prima che il servizio d’ordine imponga di avanzare. Stare in fila con loro, partecipare a questa ostensione, é un’altra esperienza che non si dimenticherà. Nonostante il sonno, nonostante la fatica.
Ogni viaggio arricchisce, ogni viaggio lascia dentro di noi ricordi indelebili.
Ma forse nessuno come questo é in grado di trasmetterci e regalarci sensazioni ed emozioni profondamente intime.

Al di là dei monasteri, al di là dei paesaggi, dei villaggi, delle città , quello che resta é una profonda empatia per un popolo che non si arrende, per una fede che non si piega.
Una volta a casa, si sente ancora il cigolio delle ruote di preghiera spinte dai pellegrini mentre fanno la kora dei monasteri, si vedono ancora i vecchi, i giovani, gli uomini le donne e i bambini che, anche sotto la neve, si prostrano davanti e intorno ai loro templi, non si riescono a dimenticare quei mantra, quelle preghiere, quelle bandierine che sventolano, quegli occhi sereni e il luminati dalla luce di chi crede, nonostante tutto.
«Giorno dopo giorno, ora dopo ora, il torrente cinese leviga la pietra del suo letto tibetano»
scriveva Fosco Maraini, grande conoscitore del Tibet.
É vero. Basta guardare i troppi grattacieli che soffocano i monasteri. Ma qui nell’Amdo la pietra tibetana é dura e vuole resistere. O almeno ciprova.

 


 

 

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